| Definizione
È la neoplasia epatica maligna di più frequente riscontro.
I Paesi a maggiore incidenza sono Mozambico, Taiwan, e la Cina sud-orientale.
Seguono l'Europa meridionale, il Giappone, la Svizzera, la Bulgaria. Nelle
aree a maggiore incidenza, l'età di presentazione va dalla 3°
alla 5° decade di vita, mentre, nelle aree ad incidenza minore, l'epatocarcinoma
è diagnosticato più spesso tra la 5° e la 8° decade.
Il sesso maschile è affetto con maggior frequenza rispetto al sesso
femminile, e tale differenza è più marcata per le regioni
ad alta incidenza. Il rischio di sviluppare epatocarcinoma è aumentato
nei soggetti con epatopatia cronica o cirrosi da pregressa infezione da
virus epatite B e C.
L' epatocarcinoma si può presentare in forma nodulare (singola
o multipla), massiva o infiltrante.
La prima è più frequente nel fegato cirrotico, la seconda,
invece, insorge tipicamente in un fegato non cirrotico ed in pazienti
più giovani, e si presenta come una massa circoscritta, spesso
con noduli satelliti di dimensioni inferiori. Vi può essere infiltrazione
del sistema venoso portale, particolarmente nella forma infiltrante, delle
vene epatiche, del dotto epatico o della via biliare principale, negli
stadi avanzati. Secondo la classificazione istologica, l'epatocarcinoma
può essere di tipo trabecolare, pseudoghiandolare, compatto, o
scirroso, con diversi gradi di differenziazione e varianti citologiche.
Sintomi
Negli stadi iniziali la neoplasia è spesso asintomatica; astenia
e dolore addominale sono i sintomi più comuni. Quando l'albero
biliare e le strutture vascolari vengono infiltrate direttamente dall'epatocarcinoma
o compresse da parte di linfoadenomegalie possono insorgere i sintomi
dell’insufficienza epatica caratterizzati da ittero (colorazione
gialla delle sclere dell'occhio e della pelle), turbe della coagulazione
(i fattori necessari alla coagulazione sono prodotti dal fegato), ipertensione
portale e sue complicanze (varici esofagee e versamento ascitico ).
Diagnosi
• Esami del sangue: dosaggio dell'alfa1-feto proteina (AFP)
> 200 ng/ml.
• Ecografia: è solitamente il primo strumento per
identificare la neoplasia. Il tumore appare solitamente come un nodulo
ipoecogeno soprattutto se di dimensioni inferiori a 3cm di diametro. All’aumentare
delle dimensioni, le lesioni tendono a diventare progressivamente più
ecogene, ponendo problemi di diagnosi differenziale con l'angioma, l'adenoma,
e le neoplasie di origine lipomatosa. Gli aspetti color Doppler e power
Doppler caratteristici dell'epatocarcinoma sono rappresentati da un fine
reticolo vascolare attorno al nodulo (aspetto "a canestro"),
e da una vascolarizzazione intratumorale, con branche e flusso che si
ramificano all'interno della neoplasia (aspetto "a raggiera”).
La presenza di una vascolarizzazione interna è una caratteristica
tipica dell'epatocarcinoma che lo differenzia dalla metastasi epatica,
la quale, di regola, non presenta segnali di flusso interno all'esame
Doppler. Tali aspetti non sono tuttavia specifici per la diagnosi, e la
frequente sovrapposizione dei quadri ecografici al color Doppler ed al
power Doppler limita l'utilità di tali tecniche per la diagnosi
differenziale fra epatocarcinoma, metastasi e le altre neoplasie epatiche.
• Ecografia con mezzo di contrasto: la lesione si presenta
iperecogena nelle fasi precoci; nelle fasi successive l’HCC diviene
progressivamente ipoecogeno rispetto al parenchima circostante.
• TC con mezzo di contrasto: rappresenta, a tutt’oggi
il “gold standard”, soprattutto se eseguita con la tecnica
"spirale", con rapida perfusione della lesione nella fase arteriosa,
permettendo di definire il numero delle lesioni presenti ed i loro rapporti
con le strutture vascolari.
• RM: viene usata sempre più frequentemente nello
studio dell’epatocarcinoma. La lesione neoplastica appare ipointensa
in T1 ed iperintensa in T2; la infusione con gadolinio è in grado
di aumentare le già ottime capacità diagnostiche di tale
metodica.
• Angiografia: consiste nell’introduzione nell’arteria
femorale di un sottile catetere che raggiunge direttamente il fegato e
nella successiva iniezione di mezzo di contrasto; la metodica si basa
sul presupposto anatomo-patologico della vascolarizzazione arteriosa dell’epatocarcinoma
ed è stata pressoché completamente soppiantata dalla TC
spirale e dalla RM; attualmente viene utilizzata quasi esclusivamente
per veicolare farmaci antitumorali direttamente all’interno del
nodulo (CEAT chemioembiolizzazione)
• Biopsia epatica ecoguidata: consente la conferma istologica
delle lesioni sospette; la biopsia viene effettuata generalmente in anestesia
locale e sotto controllo visivo ecoguidato, utilizzando aghi sottili che
consentono prelievo di materiale per esame istologico o citologico.
Terapia
Le differenti opzioni terapeutiche dipendono dalla presenza o meno di
un'epatopatia cronica (epatite cronica o cirrosi)
• trapianto di fegato(OLT): è in teoria la terapia
più efficace, rimuovendo sia il tumore sia l’epatopatia cronica
sottostante. La scarsa disponibilità di organi dovuta alla cronica
carenza di donatori non consente, tuttavia, di poter candidare al trapianto
tutti i pazienti con epatocarcinoma, anche perché le recidive e
le complicanze sono maggiori quanto più grande è l’estensione
della malattia. I criteri di selezione si basano a tutt’oggi su
un lavoro pubblicato nel 1995 sul New England Journal of Medicine e sono:
- impossibilità di poter eseguire la resezione epatica;
- presenza di un singolo nodulo di dimensioni inferiori 5 cm;
- presenza di non più di 3 noduli, nessuno di dimensioni maggiori
di 3 cm;
ma non tutti i centri seguono strettamente questi criteri.
Il rischio operatorio varia oggi fra il 2 ed il 5%, con sopravvivenza
dell’80% a 5 anni.
• resezione epatica: è la terapia di elezione per
questa patologia, garantendo una sopravvivenza dei pazienti dopo 5 anni
dell'intervento del 50%, con rischi operatori intorno all’1%. Sono
candidabili per la chirurgia resettiva i pazienti con malattia localizzata
al fegato e con nodulo singolo inferiore ai 5 cm in posizione chirurgicamente
aggredibile o due noduli periferici nello stesso segmento epatico in classe
A5, A6, e B7 secondo la classificazione di Child-Pugh, senza o con minima
ipertensione portale. Le complicanze sono legate all’insorgenza
di insufficienza epatica dopo l'intervento e nella recidiva neoplastica
• terapie ablative percutanee: sono trattamenti mini invasivi,
facilmente ripetibili e potenzialmente curativi sviluppati nell’ultimo
decennio. Tali trattamenti, ben tollerabili e gravati da scarse complicanze,
sono effettuabili sia per via percutanea ecoguidata che in sede intraoperatoria;
le recenti linee guida stabiliscono che sono candidabili ai trattamenti
locoregionali i pazienti con malattia localizzata al fegato, nodulo singolo
non superiore ai 5 cm o noduli multipli non superiori a tre con diametro
< 3 cm.
Le principali metodiche ablative locoregionali sono l’ALCOLIZZAZIONE
che si basa sull’iniezione percutanea di etanolo assoluto (PEI:
Percutaneous Ethanol Injection) nel contesto della lesione; tale tecnica
è in grado di indurre la necrosi coagulativa delle cellule neoplastiche
mediante la disidratazione cellulare, la denaturazione delle proteine
e la trombosi dei piccoli vasi, con minimo danno al parenchima epatico
circostante; tale effetto appare dovuto al fatto che il tessuto tumorale
è spesso circondato da capsula e presenta minore consistenza rispetto
al parenchima circostante, permettendo, così una selettiva diffusione
dell’etanolo all’interno della massa tumorale.
L’alcolizzazione è una metodica relativamente sicura con
una mortalità inferiore allo 0.1% ed è controindicata in
presenza di ascite, trombocitopenia severa o trombosi della vena porta.
La RADIOFREQUENZA (RFA: Radiofrequency Ablation)
è una diffusa tecnica ablativa locoregionale basata sul passaggio
di una corrente alternata nel range della radiofrequenza (~460 kHz) attraverso
un ago elettrodo raffreddato; la corrente ad alta frequenza induce un’agitazione
ionica nei tessuti circostanti, con produzione di calore e quindi necrosi
coagulativa termica. Il volume di necrosi ottenuto dipende dall’intensità
della corrente applicata, dalla durata e del calibro della punta dell’elettrodo
ed è, inoltre, influenzata, dalla presenza di grossi vasi adiacenti
al tumore che possono sottrarre calore, riducendone l’effetto termico.
L’ago da radiofrequenza può essere posizionato per via ecoguidata,
e l’effetto della terapia può essere monitorizzato in tempo
reale mediante l’esame ecografico che evidenzia un’intensa
area di iperecogenicità nel tessuto sottoposto a trattamento; tuttavia,
l’efficacia del trattamento deve essere confermata successivamente
mediante TC o ecografia con mezzo di contrasto.
Con tale metodica sono stati raggiunte percentuali di necrosi completa
di lesioni comprese tra 3 e 5 cm nell’80-90% dei casi.
La LASER-TERAPIA interstiziale (LTA: Laser Thermal Ablation)
è un’altra metodica ablativa percutanea effettuata mediante
un laser ad infrarosso (Nd:YAG) che produce luce con una lunghezza d’onda
di 1064 nm, veicolata da sottili (400 mm di diametro) fibre ottiche inserite
mediante aghi Chiba da 21-22 G nella lesione da trattare. La luce laser
provoca la necrosi termica coagulativa mediante il suo assorbimento nel
tessuto. Con tale metodica è possibile ottenere volumi di necrosi
di ~ 15 mm per singola fibra, ma l’utilizzo di più fibre
contemporaneamente permette di ottenere volumi maggiori. Come per la radiofrequenza,
l’effetto della terapia può essere valutato solo al termine
del trattamento mediante TC o ecografia con mezzo di contrasto. Tale tecnica
appare priva di significative complicanze, anche se deve essere utilizzata
con cautela in pazienti con ridotta riserva funzionale epatica.
• CEAT chemioembolizzazione: in corso di esame agiografico
viene iniettato un antiblastico emulsionato con Lipiodol, un mezzo di
contrasto che si fissa selettivamente nei noduli tumorali; nel caso che
il cateterismo raggiunga il vaso arterioso che alimenta la lesione tumorale,
si procede alla sua embolizzazione mediante particelle di gelfoam o spugna
di fibrina. L’efficacia del trattamento, che è di solito
gravato da complicanze minori quali dolore e febbre, viene valutato dopo
circa tre settimane mediante un esame TC.
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